Autismo e depressione: la storia di Davide in psicoterapia

Ci sono vite che, viste da fuori, sembrano semplici da descrivere: lavoro, studio, routine. Eppure, dentro quelle stesse giornate, può nascondersi una fatica profonda. In questa storia, Davide – 30 anni, Verona – racconta il suo percorso e il modo in cui ha riconosciuto ciò che per tanto tempo aveva scambiato per “normalità”: un intreccio complesso di autismo e depressione, vissuto in silenzio e poi lentamente rimesso a fuoco grazie alla psicoterapia.

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Oggi Davide studia economia (con l’idea di specializzarsi in matematica e finanza) e lavora part-time come venditore in un negozio di ottica, a contatto con il pubblico. Due binari che, a sentirlo parlare, sembrano dare struttura alle sue giornate. Ma la parte più interessante del suo racconto è un’altra: come quella “struttura” sia diventata, col tempo, una forma di riapertura verso il mondo.

Quando la routine regge, ma dentro crolla: autismo e depressione nella vita quotidiana

Per Davide la passione per la matematica e per ciò che appare più certo e dimostrabile non è solo un interesse: è anche un terreno in cui sentirsi stabile. Lo dice con chiarezza, parlando del suo desiderio di “certezza” e di quanto lo rassicuri un pensiero che può essere ordinato, verificato, incasellato.

Ma prima di iniziare un percorso terapeutico, quella ricerca di ordine conviveva con un’esperienza interna molto più dura. Davide racconta di aver costruito nel tempo una sorta di rifugio mentale: “castelli per aria” – idee rigide e astratte – che lo proteggessero da una quotidianità diventata, per lui, insopportabile.

“Avevo costruito un mondo parallelo di astrazioni per difendermi dalla realtà. Quindi era una costante dissociazione.”

È qui che il tema di autismo e depressione emerge in modo particolarmente umano: non come etichette, ma come esperienza. Davide spiega che per anni non si è accorto di quanto stesse male. Quello che lui percepiva come una condizione normale, per amici e familiari era un segnale evidente che qualcosa non stava andando.

Il primo tentativo “fallimentare” e l’incontro che cambia direzione

Non sempre il primo passo è quello giusto. Davide racconta un primo percorso terapeutico che non ha funzionato: mancava il feeling e, soprattutto, non trovava riscontro sui problemi che portava. Il rischio, in questi casi, è chiudere tutto con un “non serve”. Lui, invece, ha incontrato successivamente Angela, la terapeuta con cui lavora oggi, e da lì la storia ha preso una direzione diversa.

Con lei, Davide inizia a capire che quella che chiamava normalità non lo era affatto: “era profonda depressione”. E insieme a questa presa di coscienza arriva anche la sensazione di essersi “incartato” da solo per molti anni, in un equilibrio fragile che nel tempo aveva generato altri problemi.

Un passato fatto di incomprensioni, durezza e contesti che non accolgono

Nel racconto di Davide pesa molto il tema dei contesti. La sua crescita, spiega, è avvenuta in ambienti vissuti come frustranti e, a tratti, violenti: in famiglia, nella relazione conflittuale con il padre e in un’educazione percepita come dura “per renderlo un uomo”; a scuola, con episodi di maltrattamento e bullismo fin dalle elementari.

Una delle parti più delicate della sua testimonianza è proprio questa: quando un ambiente non ti capisce e tu non ne conosci altri, può sembrare che quella sia l’unica realtà possibile. E allora, invece di cercare un posto diverso, ti convinci di doverti adattare a qualunque costo.

Davide parla di quegli anni con sofferenza, ma anche con una lucidità che non suona fredda: suona conquistata. Come se, attraverso il lavoro terapeutico, avesse trovato un modo nuovo di tenere insieme ciò che è successo e ciò che oggi vuole essere.

La psicoterapia come cambio di prospettiva: ciò che non controlli e ciò che puoi scegliere

Nel percorso, Davide descrive un passaggio fondamentale: riconoscere che non tutto è sotto il suo controllo, ma che il modo in cui vive e gestisce ciò che accade può diventare una scelta.

È una frase semplice, ma nel suo racconto ha un peso enorme: significa uscire dal continuo rivivere il passato come un’ingiustizia che brucia ogni giorno. La terapia, dice, lo ha aiutato a trasformare quel passato da ferita riaperta a qualcosa che “è lì” e non fa più male allo stesso modo.

E anche quando parla del padre, Davide non cancella ciò che è stato. Però riesce a guardarlo con una consapevolezza più ampia: come a dire che comprendere non significa negare, ma smettere di rimanere intrappolati.

“Non si soffre di autismo”: riconoscersi e trovare il proprio spazio

Davide pronuncia una frase importante, con un tono netto e rispettoso:

“Soffrendo di autismo, che vabbè non è una cosa di cui si soffre, ma ci si nasce come impostazione…”

È un punto cruciale: non riduce l’autismo a una condanna, ma riconosce le difficoltà reali che possono nascere soprattutto quando i contesti non comprendono e non accolgono. Racconta che crescere in un ambiente che lo ha “costretto ad adeguarsi” è stato per lui estremamente difficile, ma nota anche una conseguenza inattesa: quell’esposizione continua allo stress esterno, oggi, gli permette di gestire meglio situazioni che un tempo avrebbe evitato.

Qui Davide non idealizza il dolore, non lo rende “necessario”, non lo rende romantico. Dice qualcosa di più concreto: non tutto il male viene per nuocere, e alcune competenze che oggi possiede sono maturate anche dentro quelle fatiche.

Il lavoro a contatto con il pubblico: una palestra di flessibilità

Quando Davide racconta il lavoro in negozio, la parola che emerge è “flessibilità”. Per anni si era percepito come una persona chiusa, che si arrabbiava molto quando le cose non andavano come voleva. Trovarsi ogni giorno davanti a clienti, richieste, imprevisti, personalità diverse, è stato – come lo definisce lui – quasi “terapeutico”.

Non perché il lavoro sostituisca la terapia, ma perché lo ha costretto a esporsi alla realtà in modo ripetuto, concreto. E perché, attraverso questa esposizione, ha iniziato a sentirsi meno rigido.

Davide dice anche una cosa onesta: non si vede a fare quel lavoro per tutta la vita. Però riconosce quanto gli abbia insegnato. E, soprattutto, racconta un effetto collaterale prezioso: entrare in un contesto diverso da quello delle sue passioni intellettuali gli ha permesso di conoscere persone nuove e di scoprire che si può stare bene socialmente anche senza avere interessi identici.

Il futuro: dal “castello in aria” a un ventaglio che si chiude

Quando si parla di domani, Davide non offre un obiettivo rigido, né un piano granitico. Usa un’immagine efficace: il futuro come un ventaglio che, col tempo, si chiude. Studiando, incontrando persone, facendo esperienza, le possibilità si delineano.

La direzione, però, è chiara: cercare un lavoro che lo stimoli intellettualmente, che gli permetta di “giocare nel pensiero”. E c’è un’altra scoperta che Davide porta con sé come una conquista: il desiderio di continuare a divertirsi.

Dice che prima della terapia non sapeva nemmeno che esistesse quella sensazione. Oggi invece la vita la sta scoprendo anche così: come qualcosa che può essere interessante, persino leggera a tratti. E immagina un posto “dove si sente a casa”, valorizzato e non svalutato per le sue caratteristiche.

“Non esistono persone sbagliate”: la frase che Davide lascerebbe a chi si riconosce

Tra le cose più forti del suo racconto c’è il consiglio che sente di dare a chi ascolta e magari si rivede in un vissuto simile: non tanto una tecnica, ma una prospettiva.

“Non esistono persone sbagliate. Per quanto uno possa sentirsi sbagliato, esistono contesti sbagliati.”

Davide parla di una ricerca dolorosa ma possibile: provare, riprovare, costruire un contesto più giusto – relazioni, luoghi, percorsi – in cui sentirsi bene. È un messaggio che non semplifica la fatica, ma riconosce il valore del movimento: non rassegnarsi all’idea che “non funziona” solo perché un primo tentativo è andato male.

Una colonna sonora rabbiosa

Quando il discorso scivola sulla musica, Davide sorprende: oggi dice di ascoltarne poca. Da ragazzo, invece, si riconosceva nel rap italiano più “cattivo” e arrabbiato; cita Mondo Marcio come riferimento di quel periodo. È un dettaglio breve, ma coerente con tutto il resto: la rabbia come linguaggio di un tempo, e un presente in cui quella stessa rabbia non è più l’unica voce disponibile.

La sua storia non offre ricette, e non cerca morali facili. Racconta piuttosto cosa significa attraversare anni in cui autismo e depressione si intrecciano con ambienti poco accoglienti, finché qualcosa – un incontro terapeutico giusto, un contesto diverso, un lavoro che ti espone al mondo – inizia a spostare l’asse. E lascia un’idea finale che resta: non sei tu ad essere “sbagliato”. A volte è il contesto che va cambiato. E a volte, con i tempi giusti, è possibile trovarne uno in cui respirare davvero.

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