Quando si parla di psicoterapia durante la malattia oncologica, spesso si immagina un percorso che riguarda “gli altri”: chi non ha strumenti, chi è più fragile, chi non riesce a reggere il peso emotivo della diagnosi. L’incontro con Don Emilio, invece, sposta subito lo sguardo. Perché Don Emilio è un sacerdote, ha 66 anni, è stato parroco per anni e racconta la propria esperienza senza retorica, con una sincerità che non addolcisce il dolore ma lo attraversa.
Fino a poco tempo fa la sua vita aveva coordinate chiare: la comunità, il ministero, la montagna—una passione “sfegatata”, come la definisce lui. Poi, nel 2023, la diagnosi: carcinoma renale al quarto stadio. Non un evento che cambia qualche abitudine, ma un terremoto che “ribalta la vita come un calzino”.
Una diagnosi che interrompe tutto, e la rabbia come prima risposta
Don Emilio non descrive i primi mesi come un tempo di riflessioni: li definisce, prima di tutto, fisicamente durissimi, con rischi di vita ripetuti. E quando finalmente arriva lo spazio per “pensarci davvero”, la risposta emotiva è netta, quasi asciutta nella sua precisione: rabbia.
È una parola che non ha bisogno di spiegazioni. Non c’è nulla di teorico nel modo in cui la pronuncia: è l’emozione che molti riconoscono quando la malattia entra nella vita senza chiedere permesso. Eppure, proprio dopo quella fase, nasce una domanda diversa. Non più “perché?”, ma “come voglio vivere?”.
Psicoterapia durante la malattia oncologica: il “click” per tornare alla vita
Il passaggio verso la psicoterapia non viene raccontato come una scelta “tecnica”, né come un segno di cedimento. Arriva dopo la rabbia, quando Don Emilio si accorge che, anche se la malattia restringe, resta comunque un margine di libertà: scegliere in che modo stare dentro quel tempo.
È qui che pronuncia una frase semplice e, insieme, decisiva: la malattia è vita. E lui vuole viverla. Da quel punto in poi, la psicoterapia diventa uno degli strumenti per farlo—insieme ad altri mezzi e ad altre scelte personali—non per cancellare la realtà, ma per abitarla con più consapevolezza.
Nel ricordare i primi passaggi del percorso, Don Emilio non entra nei contenuti delle sedute—e non serve. Quello che emerge è l’effetto profondo: riscoprire le emozioni, sia negative sia positive, e tornare a lavorare su sentimenti e umanità.
In altre parole, la psicoterapia non viene descritta come un luogo in cui “si pensa positivo”, ma come uno spazio in cui si rientra in contatto con ciò che si prova davvero. E questo, per lui, diventa essenziale perché la malattia non lo ha solo cambiato: lo ha reso diverso nel corpo e nel modo di stare con le persone.
La “spogliazione”: quando la malattia toglie identità e ruolo
C’è un punto particolarmente delicato nel racconto: Don Emilio parla di una vera e propria spogliazione. L’esperienza oncologica gli toglie, di colpo, ciò che lo definiva: non può più “fare il prete” come prima, e non può più andare in montagna.
Non è solo rinuncia. È perdita di ruolo, perdita di abitudini, perdita di una parte di sé. Ma lavorandoci, questa sottrazione lo porta a una decisione interiore: se il tumore non se ne va, allora lui proverà a “girarla” in un’altra direzione. Non per romanticizzare la sofferenza, ma per non lasciarle l’ultima parola.
“Se il tumore non va via, io userò il tumore per annunciare il Vangelo.”
Quella frase è, per lui, una chiave di volta. E non significa parlare di Dio come formula automatica. Significa trovare un modo per restare fedele alla propria vocazione dentro una vita che non assomiglia più a prima.
Empatia, comunità e vicinanza: quando la fragilità avvicina
Don Emilio racconta che la malattia ha creato una nuova forma di empatia con chi soffre. Lui conosce molte persone “per mestiere”, ma qui accade qualcosa di diverso: anche gli altri si sentono più vicini a lui, perché si sentono riconosciuti nel suo cammino. Non è un sostegno a senso unico: è una forma di reciprocità, quasi un “sostenerci” a vicenda.
In questo passaggio emerge anche un tema che tocca direttamente l’immagine del sacerdote: quella figura “sacrale”, sempre un po’ distante, “in alto”. Don Emilio dice di aver sempre combattuto quell’idea, e che questa esperienza lo ha aiutato a scendere ancora di più in mezzo alla gente. Non come strategia, ma come conseguenza naturale di una fragilità condivisa.
La rabbia non resta confinata alla malattia. Don Emilio racconta anche un passaggio spirituale complesso: studiando la Bibbia, si è riconosciuto in Giobbe—un personaggio che, per gran parte del libro, protesta con Dio. In quel tempo si è sentito vicino a parole durissime, come “maledetto il giorno in cui nacqui”.
È un frammento importante perché non idealizza la fede come uno scudo contro la sofferenza. La fede, qui, passa attraverso una crisi reale. Poi, nel tempo, arriva un’altra comprensione: Dio non come presenza “magica” che risolve, ma come presenza che si ritrova nella storia concreta, negli avvenimenti, persino nel dolore.
Nel racconto pesa anche ciò che gli è stato detto sul piano medico: l’oncologo gli avrebbe prospettato l’assenza di una guarigione definitiva e percentuali severe legate alla prognosi. Don Emilio non usa questo per fare promesse o illusioni; lo porta come parte del dato di realtà dentro cui sta imparando a vivere.
“La vita può essere larga”: un modo nuovo di misurare il tempo
Tra le immagini più potenti dell’intervista ce n’è una che resta addosso. Don Emilio dice che, all’improvviso, la vita che pensava lunga è diventata corta. Ma allora si è detto: forse non può essere lunga, però può essere larga. Piena, il più possibile, di cose buone, vere, di amore, sentimenti, bellezza. Anche nella malattia.
Non è un invito a negare la paura. È un tentativo di spostare il baricentro: dalla quantità alla qualità. Dal conteggio dei mesi alla densità dei giorni.
Quando gli viene chiesto quanto abbia inciso la psicoterapia in questo passaggio, Don Emilio non ha dubbi: notevolmente ed efficacemente. Soprattutto per “ricomprendersi”, perché non era più quello di prima. Cambia il corpo, cambia la relazione con gli altri, cambiano le energie disponibili. E in quel cambiamento, il percorso psicoterapeutico diventa un modo per ritrovare un centro.
Racconta anche un altro elemento: la “corazza” che talvolta si crea—non solo nei preti, ma anche nei preti—per via di un’immagine pubblica. Una corazza che, dice, non fa bene a nessuno: né a chi la indossa né a chi crede che ci sia.
Valutare quanto sia cambiato non è semplice, ammette: forse sono gli altri a poterlo dire. Ma una cosa la sente con chiarezza: ama la vita e con la psicoterapia ha imparato ad amarla ancora di più.
Che cosa dire a chi riceve una diagnosi
Nella parte conclusiva della conversazione, Don Emilio non offre ricette, ma un orientamento concreto: non lasciarsi sopraffare dalla paura e provare ad affrontare la vita con più modalità. La medicina è fondamentale, ma il benessere—e il modo in cui si attraversa una cura—passa anche da altri fattori.
Usa una parola che lui stesso definisce “un po’ difficile”: multifattoriale. Cita la psicoterapia, l’alimentazione, uno stile di vita sano, relazioni affettive sane. Non come garanzie, ma come strade possibili per non restare soli e schiacciati.
Quanto al mondo del sacerdozio, riconosce che esiste ancora una certa diffidenza verso la psicoterapia. Ma nota anche che molti preti oggi sanno consigliare e comprendono un punto essenziale: il sacerdote può accompagnare fino a un certo livello, poi può essere necessario inviare a figure competenti—psicologo, psicoterapeuta, psichiatra.
E, soprattutto, insiste su un principio di normalità: chiedere aiuto non richiede solo coraggio. Dovrebbe essere normale.
Una testimonianza che resta: parole per chi sta ancora soffrendo
Don Emilio saluta con un pensiero che sposta l’attenzione fuori da sé. Dice che gli stanno a cuore le persone che stanno ancora soffrendo e che, se le sue parole possono servire anche solo “a una minima cosa”, allora vale la pena dirle.
È forse questo il cuore dell’incontro: non la costruzione di una lezione, ma la consegna di un’esperienza. E dentro quell’esperienza, la psicoterapia durante la malattia oncologica appare per ciò che può essere davvero: uno spazio umano in cui ritrovarsi, quando la vita cambia forma, e provare comunque—con paura, con rabbia, con fede o senza—ad abitarla in modo più largo.


