Genitori adottivi: come costruire un legame oltre il sangue

Ci sono storie che non si lasciano riassumere in una definizione. Quella di Walter e Francesca, coppia veronese, è una di queste: un percorso di adozione internazionale attraversato con pazienza, attese imprevedibili, domande difficili e una consapevolezza maturata nel tempo. Nel loro racconto emergono i passaggi concreti dell’iter, ma soprattutto il cuore della questione: cosa significa diventare genitori adottivi quando l’amore deve imparare a farsi spazio tra ferite antiche, adolescenza e bisogno di fiducia.

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La loro figlia si chiama Lucy. Oggi ha 22 anni, un lavoro, un contratto di apprendistato appena firmato e una rete di legami che non si è spezzata: perché la sua storia non è solo “un’adozione”, ma una famiglia costruita con fatica e presenza.

Quando l’adozione diventa una scelta: tra paura delle cure e desiderio di dare casa a chi c’è già

Walter e Francesca arrivano all’adozione dopo alcuni anni di matrimonio, quando capiscono che avere figli biologici sarebbe stato complicato. Non intraprendono percorsi medicalmente assistiti: li spaventa l’impatto fisico ed emotivo delle cure, oltre al peso economico. Ma la decisione non nasce solo da un “no” a qualcosa. Cresce anche un pensiero che li accompagna, semplice e potente: ci sono bambini già nel mondo che vivono situazioni difficili e, in alcuni Paesi, possono diventare adottabili.

Così depositano la domanda e iniziano l’iter. Francesca racconta anche un elemento di vicinanza familiare: un fratello, con difficoltà simili, sceglie lo stesso percorso più o meno nello stesso periodo. Un parallelismo che, in un cammino pieno di incertezze, diventa anche sostegno.

L’iter per diventare genitori adottivi: tempo, valutazioni e attese che mettono alla prova

Nel loro racconto torna un aspetto che spesso chi è “fuori” non conosce davvero: la struttura del percorso. Ci sono incontri in ASL con più coppie, momenti pensati per informare e soprattutto per far riflettere. Non per rendere tutto più facile, ma per evitare l’idealizzazione e per responsabilizzare: l’adozione non è un gesto romantico, è un impegno definitivo.

Alla formazione si affianca lo studio di coppia con psicologi e assistenti sociali, colloqui individuali e congiunti, verifiche anche su aspetti pratici e reddituali. Poi, il passaggio formale: l’udienza al Tribunale per i Minorenni, con domande e valutazioni che portano al decreto di idoneità.

Il tempo è una variabile che pesa: il “primo anno” può scorrere tra procedure e passaggi istituzionali, ma il vero banco di prova arriva dopo, quando si entra in lista d’attesa. Nel caso di Walter e Francesca, oltre al primo anno, ne passano altri tre.

Adozione internazionale e scelta del Paese: quando i piani cambiano

Dopo il decreto, la coppia sceglie la strada dell’adozione internazionale, appoggiandosi a un ente autorizzato. Walter e Francesca parlano chiaramente del ruolo di questi enti: non sono “intermediari” improvvisati, ma realtà regolamentate che operano anche con progetti di supporto nei Paesi coinvolti (scuole, ospedali, iniziative per aiutare le famiglie a non perdere i figli quando è possibile).

La loro prima scelta è l’India, Paese che avevano visitato e amato. Ma la situazione politica e le politiche adottive non si sbloccano: restano fermi un anno senza avanzamenti. Cambiano allora direzione e puntano sulla Colombia. Dopo sei mesi arriva un abbinamento con un bambino, ma uno scandalo legato alle adozioni porta a una revisione delle pratiche e il loro abbinamento viene messo in standby.

Poi arriva Lucy. E arriva attraverso una “lista speciale”: ha tre fratelli già adottati e la condizione è chiara—mantenere i rapporti tra fratelli. È qui che la loro storia assume una forma particolare: quattro bambini, tre famiglie in Italia, legami che diventano quasi parentela. Si vedono più volte l’anno, si cercano, si riconoscono.

Adottare una bambina di 9 anni: la sorpresa dei ricordi

Quando pensiamo all’adozione, spesso immaginiamo un neonato. Ma Walter e Francesca hanno un decreto che ipotizza bambini in età prescolare (4-5 anni). La realtà però li porta altrove: Lucy ha nove anni al momento dell’adozione.

All’inizio la percepiscono come una difficoltà: si perdono la “prima parte” della vita della figlia e temono che, essendo più grande, l’aggancio affettivo sia più complesso. Ma col tempo scoprono che non è così. Anzi, durante l’adolescenza, il fatto che Lucy ricordi molto bene il “prima” diventa un elemento decisivo: sa cosa ha vissuto, sa cosa ha lasciato, riconosce il cambiamento. Non deve colmare un vuoto totale di memoria.

Walter porta anche un esempio esterno, ascoltato a Verona: una ragazza adottata, non ricordando un tratto della propria infanzia, era arrivata a convincersi di essere stata rapita. È un modo per dire che, quando i ricordi mancano, il lavoro di ricostruzione della storia può diventare delicatissimo.

La scuola, l’inserimento e poi l’adolescenza: quando la vita “si complica” davvero

L’inserimento di Lucy in Italia sembra andare bene: arrivano il 4 luglio e a inizio settembre la bambina va già a scuola. La scelta cade su una scuola privata per facilitare l’ingresso in quarta elementare, con una lingua—lo spagnolo sudamericano—che non è affatto “così simile” all’italiano come spesso si sente dire.

Dai 9 ai 15 anni, raccontano, la quotidianità è quasi una “passeggiata”: adattamento, scuola, integrazione. Poi arriva l’adolescenza. E con essa un’esperienza emotiva che per Lucy diventa un crollo: una relazione che finisce, l’innamoramento che si spezza, e il ritorno prepotente di un messaggio interno durissimo—“non valgo niente”.

È un punto cruciale del loro racconto: l’abbandono iniziale, il dolore originario, può riattivarsi quando la vita presenta un nuovo rifiuto. E a rendere tutto più difficile, nel loro caso, c’è anche la coincidenza temporale con l’inizio del Covid (gennaio 2020): isolamento, limitazioni, impossibilità di vivere i pari come spazio di confronto.

Walter e Francesca riconoscono con lucidità ciò che spesso si sottovaluta: a quell’età la relazione con i coetanei è una necessità, non un capriccio. E quando manca, le emozioni hanno meno vie di uscita.

Il ruolo della psicoterapia: costruire fiducia, trovare le “sfumature” e reggere la piena

Quando Lucy fatica a studiare, a concentrarsi, e la scuola inizia a rischiare davvero, Walter e Francesca capiscono che è il momento di chiedere aiuto. Non cercano una “soluzione rapida”, ma un percorso che aiuti Lucy a lavorare su di sé e sul peso della colpa. In quella fase, dicono, per lei esistevano solo estremi: tutto bianco o tutto nero, nessuna sfumatura.

La terapeuta—Angela, citata con gratitudine—diventa una presenza importante. Ma non è immediato: Lucy all’inizio rifiuta, dice di volersi risolvere i problemi da sola, è oppositiva. Serve tempo perché la fiducia si costruisca, e quando finalmente accade, qualcosa si sblocca.

In uno dei passaggi più intensi, Walter e Francesca raccontano una notte di Natale in cui Lucy torna a casa “leggermente brilla” e, proprio in quel momento, riesce a raccontare ciò che stava nascondendo da dieci anni. Non una scoperta fatta “indagando”, ma una verità consegnata da lei, quando si è sentita pronta. A quel punto, il lavoro terapeutico può approfondire davvero. Per i genitori, anche alcuni segni sul corpo che prima erano stati spiegati come incidenti trovano finalmente un contesto narrativo più chiaro.

«Angela ci faceva sempre l’esempio degli argini: dovete essere come argini di terra, non argini di cemento.»

È l’immagine che più di tutte restituisce il loro modo di intendere la genitorialità adottiva: quando arriva la piena, non irrigidirsi fino a rompere tutto. Non aggiungere violenza alla violenza, non rispondere con punizioni sproporzionate a chi ha già conosciuto punizioni ben più terribili nella vita. Restare, reggere, lasciar passare.

Serate, alcol e paura: la fatica silenziosa di chi educa senza spezzare il legame

Nel racconto non c’è idealizzazione. Ci sono notti fuori dalle discoteche, messaggi confusi, l’ansia di dover recuperare una figlia che non sta in piedi. C’è anche la frustrazione—molto umana—del sentirsi impotenti.

Walter e Francesca ricordano un episodio che li ha segnati: una ragazza che, quella sera, spinge Lucy a bere e arriva persino a sottrarle il telefono, rendendo impossibile contattarla. Ore di ricerca, paura, fino a ritrovarsi davanti all’idea più difficile da digerire: che a volte il pericolo arriva anche da chi si definisce “amico”.

Dentro questi eventi, però, resta una linea: il tentativo costante di non rompere la relazione. Di non trasformare l’educazione in un muro. Di scegliere, quando serve, il “male minore” per proteggere il bene più grande: la possibilità che Lucy torni, si fidi, si racconti.

Oggi: un diploma, un lavoro e una soddisfazione che non cancella la fatica

Il presente, nel loro racconto, non è una favola. È una conquista. Lucy finisce la scuola, si diploma, trova un lavoro e dopo due stage firma un contratto di apprendistato. Per Walter e Francesca questo significa molto più di un risultato pratico: è la prova concreta che la fiducia può tornare, che non si è definiti solo da ciò che è accaduto.

Lo dicono con una frase che resta addosso, perché parla del nucleo identitario di molti ragazzi che hanno vissuto abbandono e maltrattamento: l’idea che la propria storia sia la dimostrazione di non valere. Vedere Lucy “in piedi”, capace di progettare e lavorare, diventa un modo per riscrivere quella convinzione.

E quando qualcuno dice loro: “Le avete salvato la vita?”, loro non negano che possa esserci del vero. Ma aggiungono l’altra metà, quella che spesso non si dice abbastanza: anche Lucy ha dato tanto a loro. La gioia di averla in casa, la sensazione che “non poteva esserci un’altra figlia se non lei”.

Un messaggio finale per chi sta pensando all’adozione

Alla domanda più semplice e più profonda—“siete felici?”—Walter e Francesca rispondono senza esitazione: sono entusiasti. Non cancellano la paura di alcuni momenti, né dimenticano che esistono adozioni che faticano o che falliscono. Proprio per questo, il loro invito è misurato e onesto.

Se l’idea dell’adozione resta una fantasia vaga e non c’è disponibilità a “tribolare”, forse è meglio non partire. Ma se c’è convinzione e la disponibilità a investire fatica, tempo e presenza, allora sì: possono arrivare soddisfazioni enormi.

Diventare genitori adottivi—nel loro racconto—non significa “aggiungere un figlio” a una vita già pronta. Significa costruire un legame che tenga insieme amore e realtà, regole e ascolto, limiti e fiducia. Un legame che, quando tutto sembra straripare, non si rompe: si modella, resiste e, lentamente, fa spazio a una nuova possibilità di vita.

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